Itinerario della bellezza

Sono 12 i Comuni della Provincia di Pesaro e Urbino che hanno aderito al progetto di promozione, comunicazione e valorizzazione turistica ideato da Confcommercio Pesaro e Urbino / Marche Nord.

L’ITINERARIO é il viaggio attraverso la bellezza di un territorio tra i più belli d’Italia che unisce località balneari di qualità (Gabicce Mare, Pesaro e Fano) a Paesi e Città ricchi di storia, arte e cultura, in un ambiente incontaminato e di grande fascino.

Le colline marchigiane, dolci e digradanti verso il mare (come Colli al Metauro, Mondavio e Terre Roveresche); le città fortificate e murate; i borghi storici; i panorami mozzafiato; la Città Patrimonio dell’Umanità di Urbino (che proprio nel 2020 celebra il 500° Anniversario dalla morte del suo figlio più illustre, Raffaello); le scoperte archeologiche più importanti del secolo scorso (a Pergola e Sant’Angelo in Vado); l’immenso patrimonio di opere d’arte custodito in chiese e musei; luoghi e città romantiche e dell’amore (come Cagli, Fossombrone e Gradara); una ricca offerta enogastronomica (ulteriormente valorizzata dalle Fiere e Mostre del Tartufo di Fossombrone, Pergola e Sant’Angelo in Vado); manifestazioni culturali e rievocazioni storiche (come la Caccia al Cinghiale di Mondavio, la Festa del Duca di Urbino, il Palio dell’Oca dei Cagli o le rievocazioni romane di Fano e Sant’Angelo in Vado) di grande impatto emotivo e di risonanza internazionale (come il ROF – Rossini Opera Festival di Pesaro).

Questo e molto altro é l’Itinerario della Bellezza nella Provincia di Pesaro e Urbino perché la bellezza è storia, arte, cultura, ambiente e territorio, qualità delle produzioni agroalimentari e l’eccellenza dell’artigianato e della manifattura.

Amerigo Varotti
Direttore Generale
Confcommercio Pesaro e Urbino/Marche Nord

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Per l’UNESCO, la città ha il merito di essere stata un punto d'attrazione per i  più illustri studiosi e artisti del Rinascimento, italiani e stranieri, che hanno creato un eccezionale  complesso urbano.
Le origini di Urbino sono antichissime, il nome romano Urvinum deriverebbe dal termine latino urvus (urvum è il manico ricurvo dell'aratro), ma è nel Quattrocento che la città vive il suo massimo splendore.

Ed é soprattutto grazie all’apporto di Federico di Montefeltrohttp://it.wikipedia.org/wiki/Federico_da_Montefeltro che Urbino acquisì quell'eccellenza monumentale e artistica, la cui influenza si è largamente estesa al resto d'Europa.
Questo grande mecenate infatti seppe non solo trasformare Urbino in una magnifica corte princesca, ma anche attrarre nel ducato il meglio che la cultura umanistica rinascimentale italiana potesse offrire: Piero della Francesca, Luciano Laurana, Leon Battista Alberti, Francesco di Giorgio Martini, Girolamo Genga ed il padre di Raffaello, Giovanni Santi.

Passeggiando lungo le ripide e strette strade si incontrano tutti gli edifici della Urbino rinascimentale: L'ex Monastero di Santa Chiara, la Chiesa di San Domenico, il Mausoleo dei Duchi nella Chiesa di San Bernardino, palazzo Boghi e il maestoso Palazzo Ducale, custode del tesoro urbinate.
Alcune tra le più importanti maestranze dell'epoca furono coinvolte nella costruzione del palazzo, oggi sede della Galleria Nazionale delle Marche. E una visita alla Galleria è d'obbligo se si vogliono ammirare alcuni capolavori assoluti della storia dell'arte qui conservati: "Flagellazione di Cristo" e " Madonna di Senigallia" di Piero della Francesca , "Comunione degli Apostoli" di Giusto di Gand ; "Miracolo dell' Ostia Profanata" di Paolo Uccello e la sublime "Muta" di Raffaello. Nelle vicinanze da non perdere la Data ( le stalle ducali), collegata al Palazzo dalla magnifica Rampa elicoidale.
Bella artisticamente, ma bella anche dal punto di vista paesaggistico: trovandosi tra due colli, Urbino offre un panorama fatto di tetti e di chiese decisamente suggestivo.

Curiosità
Sia Bramante sia Raffaello mossero i primi passi proprio qui ad Urbino. Raffaello in particolare si formò nella bottega paterna ed esordì con opere commissionategli dalle vicine località del ducato.

A Urbino si svolge ogni anno la Festa dell’aquilone che generalmente si tiene a settembre. Si tratta di una vera e propria gara in cui vince chi riesce a far volare il proprio aquilone più in alto.

Urbino plays Jazz è un festival organizzato ad agosto dall'associazione Urbino Jazz Club e promosso dal Comune di Urbino dove giovani talenti e artisti affermati hanno l'obiettivo di diffondere nel territorio la cultura tollerante della musica jazz.

Nei piccoli laboratori si crea arte fin dal ‘500: orafi, ebanisti, ceramisti, molti gli artigiani legati all’edilizia (stuccatori, pittori, falegnami, scalpellini); nelle botteghe del centro storico è possibile guardare da vicino tecniche antiche e nuove creazioni.

La corte di Federico da Montefeltro, così come descritta da Baldassarre Castiglione ne Il Cortegiano, introdusse i caratteri del cosiddetto "gentiluomo" in Europa, che rimasero pienamente in voga fino al XX secolo.

Sede di una delle più antiche università, la Carlo Bo, che nasce nel 1506, conta più universitari che residenti autoctoni, vanta una famosa Accademia di Belle Arti, ed è anche nota come la "capitale del libro" per via dell'Istituto per la Decorazione e l'Illustrazione del Libro nato nella seconda metà del XX secolo.
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Il 1º gennaio 2017 sono nate le Terre Roveresche: i precedenti Comuni di Barchi, Orciano di Pesaro, Piagge e San Giorgio di Pesaro si sono uniti conservando ognuno la propria storia e cultura, ma condividendo risorse ed energie insieme a tutto ciò che li accomuna. Le Terre Roveresche sono un paese dove la tradizione sopravvive e viene valorizzata come patrimonio fondamentale da chi la vive. Che siano gli antichi mestieri, tanto quelli ancora tramandati quanto quelli raccontati nei musei, che siano i prodotti tipici del territorio, i vini e i piatti che riccamente adornano la tavola, questo luogo vive nel tempo e fuori dal tempo.
Nelle Terre Roveresche gli antichi castelli svettano dalla cima delle colline che disegnano il profilo curvilineo del panorama,
nascondendo tra le viuzze strette piccoli gioielli di inestimabile valore storico e artistico, con unicità incredibili.
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Cagli è una città murata dall’apparente austerità con gli edifici monumentali che si ergono compatti e severi come a rispondere alla rigorosa lezione
di San Pier Damiani: il priore della vicina abbazia di Fonte Avellana che nell’XI secolo bollava l’architettura vistosa come una superbia oculorum. Dalle fabbriche monumentali e dalle piazze che ritmano gli spazi urbani lo sguardo è attratto dal verdeggiante Appennino: mirabile quinta di ogni scorcio che in autunno, con le cromie dal giallo
al rosso, diviene protagonista del foliage.
Cagli, che nel VI secolo costituiva uno dei
capisaldi della Pentapoli bizantina, è ripetutamente menzionata negli itinerari di epoca romana.
Nel IV secolo Servio Onorato, commentando l’Eneide di Virgilio, chiariva inoltre un possibile equivoco affermando “Cales civitatis [l’odierna Calvi] est Campaniae, nam in Flaminia est, quae Cale [Cagli appunto] dicitur”.
Costituito fin dal XII secolo, il libero Comune
di Cagli ben presto assoggetta oltre 52 castelli snidando la nobiltà rurale e fronteggiando la politica feudale degli abbati. La sua espansione ebbe a seguire i confini della giurisdizione della diocesi di Cagli che in Greciano (IV secolo) annovera il suo primo vescovo.
Parzialmente distrutta dal fuoco, appiccato dai ghibellini nel 1287, la città è traslata, dalle propaggini di monte Petrano, e ricostruita ex novo
sul pianoro inglobando il borgo preesistente. Per
la rifondazione, sotto l’ala protettrice di Niccolò IV,
si utilizza nel 1289 il progetto urbanistico ad assi ortogonali di Arnolfo di Cambio. L’avanzato tessuto urbanistico avrebbe fornito spunti a Leon Battista Alberti per tracciare il disegno della Città ideale.
Di ciò sarebbero alcuni elementi nella celebre tavola attribuita al Laurana (stretto collaboratore dell’Alberti) tra i quali uno, sullo sfondo, combacerebbe con l’altopiano costituito da monte Petrano.
Non semplici coincidenze quelle esistenti
tra la Città ideale e Cagli: una città per la quale
i Montefeltro manifestarono a lungo particolare attenzione. D’altra parte, scrive Franceschini, quello dei Montefeltro alla sua nascita nei territori della Chiesa è “uno Stato regionale, espressione della famiglia principesca e delle città di Urbino
e di Cagli e dei loro contadi”. Infatti “nell’alleanza del febbraio 1376 le città di Urbino e di Cagli
partecipavano al patto col Signore su piede di uguaglianza”.
Nonostante la battuta d’arresto costituita dall’incendio del 1287, Cagli torna ad essere ben presto un florido centro. Infatti in un registro di pagamento delle tasse alla Chiesa del 1312, sottoposto a revisione a seguito del forte calo demografico per carestie,
Cagli era composta da circa 7.200 abitanti. Peraltro, poco dopo, nelle Constitutiones Aegidianae del 1357, Cagli figura tra
le nove città magnae della Marca (insieme per l’odierna Provincia a Pesaro, Fano
e Fossombrone).
Furono soprattutto le manifatture, consistenti in particolare nella lavorazione dei panni di lana (più tardi anche della seta) e nella concia delle pelli, che sviluppatesi notevolmente sotto i duchi d’Urbino sostennero lo sviluppo economico della città.
La devoluzione del Ducato d’Urbino allo Stato Pontificio, del 1631, assoggetta Cagli alla medesima politica economica dettata per le Marche: in primis l’agricoltura cerealicola.
I bassi rendimenti nelle aree appenniniche avrebbero comportato un inarrestabile arretramento economico.
Accade che la città, lentamente, esce
dai nuovi percorsi della storia dell’arte. Il consistente patrimonio storico-artistico, che era stato deturpato dal violento terremoto del 1781, subisce i vari ‘saccheggi’ napoleonici. L’Unità d’Italia accende gli animi anticlericali. La costruzione della ferrovia Fano-Fabriano- Roma, l’erezione del nuovo Teatro Comunale e nuovi spazi pubblici danno consistenza
alla visione progressita. Accanto a ciò si apre il capitolo delle spoliazioni delle confraternite e dei monasteri confiscati.
Le vicende della città di Cagli si diluiscono ormai nel quadro vasto della storia nazionale. La distruzione della ferrovia ad opera dell’esercito nazista nel 1944 e la perdita del ruolo di grande arteria di collegamento della Flaminia segnano per Cagli e le vallate un lungo periodo di declino che si arresta e muta direzione, infine, sull’ultima parte del secondo Millennio.

Ufficio Informazioni Turistiche - Comune di Cagli
Via Alessandri, 4 - 61043 Cagli (PU)
tel. 0721 780773
www.comune.cagli.ps.it info.turismo@cm-cagli.ps.it http://it.wikipedia.org/wiki/Cagli
Ufficio Cultura - Comune di Cagli
Piazza Matteotti, 1 - 61043 Cagli (PU)
tel. 0721 780731
municipio@comune.cagli.ps.it
Associazione Turistica Pro Loco
Via Leopardi, 3 - 61043 Cagli (PU)
tel. 0721 787457
www.proloco-cagli.it prolococagli@libero.it

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Il nome
Il toponimo deriva tradizionalmente da un pergolato che ornava l’antico ingresso di una chiesa del borgo, Santa Maria della Pergola. Ma un’altra avvalorata tesi vuole Pergola come quel territorio, raggiunto attraverso una “gola”, abitato sin dalla preistoria da Celti, Galli e Romani.

La storia
La città di pergola vanta duemila anni di storia, dall’epoca dei bronzi dorati ai giorni d’oggi. E’ un borgo ricco di storia, cultura, arte, gusto ed accoglienza. In un territorio abitato fin dalla preistoria, con tracce delle popolazioni successive (Celti, Galli e Romani), la datazione della sua fondazione è oggetto di disputa tra storici: c’è chi ne fissa la nascita nel 1234, data certa della sua fortificazione, c’è chi invece, tesi prevalente, fa risalire l’origine a molti secoli prima. Pergola sorge al confluire del fiume Cinisco nel Cesano, che domina la valle fino al mare.
L’attuale torre civica, cui i Pergolesi sono legati per il suono del “campanone”, in origine era il campanile della Collegiata di Sant’Andrea, chiesa avellanita del 1200.
Il Palazzo Comunale è stato invece costruito in occasione del conferimento a Pergola del titolo di “Città” da parte di Papa Benedetto XIV. Pergola ha avuto i suoi momenti più floridi con la famiglia Della Rovere, che le assicurò libertà e sviluppo economico. Dopo un periodo di decadenza legato al passaggio allo Stato Pontifico (1631), è risorta a nuova vita prima sfruttando il rifiorire dell’industria tessile e conciaria, poi con l’istituzione della Zecca nel 1796 fino all’annessione al regno d’Italia: l’8 settembre 1860, dando per prima il segnale a tutte le Marche, Pergola insorse infatti contro il governo dei Papi e chiese l’annessione al Regno d’Italia

I Pergolesi possiedono un altro patriottico primato: il 14 febbraio 1831, Pergola fu la prima delle Città a innalzare sul Palazzo Municipale il tricolore. Ma un altro oro le dona, ai giorni nostri, fama e prestigio. I Bronzi Dorati da Cartoceto di Pergola, unico esemplare al mondo di gruppo bronzeo dorato d’epoca romana.

Il paesaggio si apre su uno scenario incantevole: colline e casolari, distese di vigneti e boschi, chiese e antichi borghi, in lontananza si staglia l’imponente profilo del monte Catria, ai cui piedi si fermò Dante. Il centro storico è ricco di testimonianze medievali con costruzioni in pietra, portali a sesto acuto e case-torri, a conferma dell’importanza che la città si conquistò nel tempo. Custodisce gelosamente, da secoli, il suo aspetto con vie strette e costruzioni patinate dal tempo antico che conservano le caratteristiche “porte del morto”. Porte rialzate rispetto al livello stradale, cui erano collegate con gradini retrattili in legno dai quali partiva una scala interna, ripidissima, fino all’ultimo piano. Porte, così anguste da permettere il passo a una sola persona, che avevano scopo prettamente difensivo,poiché, grazie alla loro conformazione, un solo uomo poteva difendere la propria abitazione dagli assalitori.

Le numerose chiese, ricche d’arte, hanno attribuito alla Città l’appellativo di “Pergoletta Santa” o “Città dalle cento chiese”, segno di religiosità e forti tradizioni.

Pergola è inoltre la città dei Bronzi Dorati, unico esemplare al mondo di gruppo bronzeo dorato d’epoca romana. Le sculture, per imponenza, bellezza e suggestione, non hanno eguali e sono conservate in un museo ricco di singolarità indimenticabili.

La lunga dipendenza di pergola dallo Stato della Chiesa ha fatto sì che i luoghi di culto fossero numerosi e di pregevole architettura tanto che pergola, ancora oggi, è soprannominata “la Città delle Cento Chiese”.

La Chiesa gotica di San Giacomo, risalente al XII sec., è una delle più antiche: a piante rettangolare, custodisce al suo interno un interessante crocifisso ligneo dei primi del ‘400. Non lontano, ecco la Chiesa di San Francesco, fondata dai francescani nel 1255 e trasformata nel secolo successivo, è caratterizzata da un bel portale trecentesco a sesto acuto in pietra arenaria.

Magnifico il Duomo, edificato dai monaci agostiniani a partire dal 1258, che riesce a far convivere lo stile romanico-gotico originario della torre campanaria con l’interno tardo barocco e con la facciata neoclassica. La Concattedrale con le sue tre navate e il Reliquario contenente il capo di San Secondo, raro esempio di oreficeria tardogotica.

Barocchi anche gli interni di altre tre Chiese: quella dei dei Re Magi a Santa Maria dell’Assunta, quella di Santa Maria delle Tinte e quella di San Biagio. Non tralasciando la Chiesa di Santa Maria di Piazza, una delle più antiche della città, con affreschi del XV secolo o l’Oratorio dell’Ascensione al Palazzolo, che custodisce affreschi che rappresentano uno dei momenti più alti della pittura a fresco del Quattrocento marchigiano.

In questo percorso religioso è d’obbligo rivolgere il proprio sguardo verso le antiche “porte del morto”. Presenti in molte città medievali dell’Italia centrale, hanno origini antiche, probabilmente risalenti agli etruschi. Porte rialzate rispetto al livello stradale, cui erano collegate con gradini retrattili in legno dai quali partiva una scala interna, ripidissima, fino all’ultimo piano. Porte, così anguste da permettere il passo a una sola persona, che avevano scopo prettamente difensivo,poiché, grazie alla loro conformazione, un solo uomo poteva difendere la propria abitazione dagli assalitori. Successivamente, venuta meno la loro funzione difensiva, venivano utilizzte per far uscire, con i piedi davanti, il defunto dalla propria abitazione, e poi prontamente murate di nuovo.

Vale poi la pena dedicare del tempo alla visita del palazzo Comunale, costruito su progetto del riminese G. Buonamici dopo il 1750.

Il Museo dei Bronzi Dorati e della Città di Pergola conserva beni preziosi e unici. Il percorso organizzato come una suggestiva passeggiata tra le vie della Città,attraverso le opere esposte che provengono dai suoi palazzi e dalle sue chiese più belle, termina con la visione dei “quattro Bronzi più belli del mondo”: I Bronzi Dorati da Cartoceto di Pergola, l’unico gruppo di bronzo dorato di epoca romana esistente al mondo. Nove quintali di bronzo e oro magistralmente forgiati duemila anni fa ed esposti in questo museo.

Eccellenza architettonica della Città è il Teatro Angel Dal Foco, incastonato all’interno degli antichi magazzini del Monte di Pietà. Particolare la pianta realizzata a ferro di mulo per adattarsi alla struttura che lo ospita, con tre ordini di palchi, platea e loggione. La ricostruzione del ‘700 risale a quando Pergola fu elevata al rango di Città. Per tale privilegio occorreva infatti che la comunità fosse dotata di un Palazzo Comunale e di un Teatro nel quale, peraltro, si svolge una prestigiosa stagione teatrale.

Infine, i Giardini storici della Città rappresentano una piacevole ed elegante passeggiata in un polmone verde del centro. Nella passeggiata si incontra uno dei più importanti monumenti marchigiani ai Caduti della Grande Guerra, arricchito da un cannone austriaco preda bellica dell’Esercito Italiano, fino a raggiungere una seduta panoramica costituita dagli elementi di una antica fontana cittadina ottocentesca. Nel cuore della passeggiata si può anche ammirare una candida fontana in stile razionalista, circondata da un magnifico esemplare di taxus baccata del 1800 e da una olea europea di oltre cinque secoli di età.
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Il simbolo della città è la Rocca Roveresca, costruita tra il 1482 e il 1492, che fu una fortezza inespugnabile in tutto il territorio. La Rocca oggi ospita il Museo di Evocazione Storica e una collezione di coltelli e armi da fuoco vintage; nel fosso delle macchine da guerra ricostruito fedelmente dai disegni di Francesco Giorgio Martini, architetto de La Rocca. Il percorso ideale per scoprire la storia di Mondavio inizia con una visita alla Pinacoteca Civica situata all'interno del chiostro francescano. La Pinacoteca Civica ospita numerosi dipinti, mobili principalmente da edifici religiosi. Le rare edizioni risalenti al XV e al XVII secolo provenienti dalle biblioteche cappuccine installate a Mondavio nel 1557 meritano un'attenzione particolare. Tra le opere di pregio vi sono l'Incunabula del XV secolo e il Cinquecentesco.
Visita il teatro Apollo che si trova sulle pareti nord-ovest mentre entri in Piazza della Rovere. Il teatro risale alla fine del 18 ° secolo, è stato costruito in una vecchia chiesa dedicata a San Filippo Neri. Il teatro fu completamente rinnovato nel 1887 secondo i gusti dell'apogeo. Ancora una volta funzionale dopo il suo restauro, ospita una stagione teatrale notevole.
Visita dell'edificio Insignia Collegiata risalente al XIV secolo, restaurato nel 1563 da Bartolomeo Genga. La dedica della chiesa ai santi Pietro e Paterniano, che risale al 1444, deriva dall'unificazione di due parrocchie distanti tra loro, mentre la Collegiata Insignia fu eretta dal 1741, quando fu necessario allargare la chiesa perché era diventata la più grande della regione. All'interno ci sono opere di squisita opera come l'Angelo custode di Bottani del 18 ° secolo. Finalmente una visita alla Chiesa di San Francesco. La tradizione vuole che la chiesa fu costruita per volontà di San Francesco d'Assisi in occasione della sua visita a Mondavio nel 13 ° secolo. L'attuale struttura interna risale alla ricostruzione del 18 ° secolo, mentre la facciata ha mantenuto l'austerità e la semplicità originali che contraddistinguono gli edifici dell'Ordine francescano. All'interno opere di pregio e tra le più importanti "l'Immacolata Concezione" del pittore Giuliano Presutti
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In una terra benedetta dagli dei, in cui la natura detta ancora i tempi dello scorrere della vita degli esseri viventi, dove regna incontrastata la filosofia del vivere contadino, intercalata da armonia ed entusiamo, sorge Sant’Angelo in Vado, una cittadina romantica, antica, capace di esaudire i più intimi desideri del cuore di quanti si avventurino tra i suoi vicoli secolari, respirando un’aria densa di storia, di cultura, di arte e di squisiti prodotti della terra.
Qui, lungo l’alta valle del fiume Metauro, nel mezzo di un paesaggio bucolico, il tempo sembra essersi fermato e percorrendo il centro storico, ricco di edifici e monumenti che testimoniano il passaggio delle diverse epoche, si possono scoprire meraviglie archeologiche e artistiche uniche nel loro genere. Meraviglie contornate dalla natura incontaminata, dai caratteristici aromi di Sua Maestà il Tartufo Bianco pregiato e dagli inebrianti e originali sapori del Santangiolino o dell’unico Vin Santo
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Culla di storia, arte, cultura, musica e natura. Questa è l’essenza, questa è l’anima e questa la vita di Fossombrone, un’antica cittadina di origini romane, adagiata su un pendio sovrastato dalla Cittadella e dagli antichi ruderi della quattrocentesca Rocca Malatestiana.
Una cittadina gentile, in cui tratti rinascimentali si legano intimamente all’antica Roma, dove l’incanto della natura e della madre terra incontaminata si sposa con il fascino dell’arte barocca, del lungo corso porticato, dei palazzi cinquecenteschi e secenteschi che ingentiliscono il corso.
Una città modellata dalle sapienti mani di artigiani orafi, dai sapori e dagli aromi della tradizione, dagli inebrianti vigneti che la cingono. Una città votata all’armonia delle antiche note musicali, nella quale il passato si fa presente con le rievocazioni storiche che ci trasportano in secolari atmosfere rinascimentali. Ad accoglierci l’Occhio di Fossombrone, il Ponte della Concordia, che regala un effetto ottico surreale con il suo riflesso dell’arco a tutto sesto sulle acque del Metauro.
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Tra la costa dell’Adriatico e le vette della Gola del Furlo si trova un microcosmo fatto di rocche e borghi murati, di palazzi e ville nobiliari, di monasteri e chiesette, di poggi argillosi, boschi selvaggi e campagne
riccamente coltivate, che regalano eccellenze enogastronomiche. È il territorio di Colli al Metauro, comune nato nel 2017 dall’unione di Saltara, Serrungarina e Montemaggiore al Metauro, attraversato dalle acque del grande protagonista di questo territorio: il fiume Metauro, il più lungo delle Marche, figlio glorioso degli Appennini, come lo definì Torquato Tasso. Un corso d’acqua cristallina che si intreccia nei nodi dei paesini che sorgono in cima alle ridenti colline la cui curva morbida domina la valle. Da sempre punto strategico di transito, che alla linea del fiume accosta quella dell’antica Via Flaminia, strada di epoca romana voluta nel 220 a.C. da Gaio Flaminio Nepote e per secoli unica arteria di collegamento tra Roma e il nord Italia. La presenza di questi fondamentali fili conduttori ha donato a Colli al Metauro una storia ricca di eventi importanti, che si sono intrecciati, senza mai spezzarle, alle abitudini rurali e umili dei suoi abitanti, che ancora oggi proteggono e amano la loro terra, lavorandone le campagne e rispettandone i monumenti storici, con la tranquillità allegra ma decisa di chi ha radici che lo saldano sicuro al terreno.
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Pesaro è la città natale del compositore Gioachino Rossini, di cui è visitabile la casa-museo Rossini ed al quale sono intitolati un frequentatissimo conservatorio e l'omonimo teatro; inoltre, dal 1980, vi si svolge tutte le estati il Rossini Opera Festival che richiama appassionati della lirica da tutto il mondo.
Per il numero di eventi legati alla cultura rossiniana, Pesaro ha ottenuto nel 2017 il prestigioso riconoscimento di Città creativa per la Musica dall'UNESCO, titolo per il quale si era candidata nel 2015 con il sostegno ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero dei Beni Culturali.
In occasione dell'anniversario dei 150 anni dalla morte di Rossini, nel 2018, è stato installato un impianto di filodiffusione per trasmettere le sinfonie rossiniane tra le vie del centro storico.

Le origini della città risalgono all'età del ferro, quando Pesaro era un villaggio piceno, come provano gli scavi effettuati nel centro della città nel 1977. Il nome della città, in latino Pisaurum, secondo alcuni deriva dal vecchio nome del fiume Foglia (Isaurus o Pisaurus).
La tradizione vuole invece che il nome della città sia derivato dal fatto che, in epoca romana, nella città, Furio Camillo, vinti i Galli, abbia pesato l'oro (aurum in latino) che i barbari stavano trafugando da Roma.
Nel territorio circostante, d'altra parte, si trovava uno dei più importanti e antichi insediamenti piceni delle Marche: il villaggio di Novilara. Questo insediamento era tra i pochi, insieme a Numana ed Ancona, che si affacciavano sul mare. Lo scalo portuale di Novilara utilizzava la foce di un torrente.
Tra i reperti più noti e discussi rinvenuti nel territorio pesarese, c'è la stele di Novilara, in genere ritenuta picena e scritta in Lingua picena settentrionale. Essa è stata recentemente interpretata e tradotta come iscrizione greca arcaica[32], incisa in un alfabeto che con alcune variazioni era stato adottato da tutti i popoli d'Italia (Piceni, Sanniti, Etruschi, ecc.) tra il VI e II secolo a.C. Dalla reinterpretazione della stele si può dedurre che i greci (noti colonizzatori nel Mediterraneo) si infiltrarono anche in queste aree (probabilmente nel VI-V secolo a.C.), interferendo con le precedenti popolazioni, picene e probabilmente anche umbre ed etrusche.
Tracce di lingue antiche si sono conservate nel dialetto, specialmente dell'entroterra e sono soprattutto di derivazione greca. Si può supporre una certa egemonia del greco sulle altre, oppure che i termini greci si siano diffusi più tardi, all'epoca della dominazione bizantina. Ad ogni modo si può constatare l'apparente origine greca del nome Pisaurum, che potrebbe significare «dietro i monti», dalla collocazione della città tra due colli.
Nel IV secolo a.C., nel corso della invasione celtica della penisola italiana, i Galli Senoni occuparono i territori settentrionali dei Piceni, e dunque anche la zona di Pesaro, sovrapponendosi alle etnie precedenti.
Nel 184 a.C. i Romani fondarono la colonia di Pisaurum, (in latino Pisaurum, la cui etimologia è la stessa del fiume Foglia, Pisaurus o più probabilmente Isaurus che, seguendo Francisco Villar, ha la forma di tanti altri idronimi pre-indoeuropei d'Europa); a quell'epoca la parte settentrionale delle Marche era denominata dai romani ager Gallicus e poi ager gallicus picenus.
Questa data di fondazione di un centro con l'attuale nome non si accorda col fatto che Strabone nella sua Geografia, edita intorno al 18 d.C., non cita Pesaro, mentre nomina Fano e da questa passa direttamente a Rimini. Se non si tratta di una svista dello storico greco, la fondazione di un centro di una certa importanza e col nome Pisaurum dovrebbe avere un'età più recente.
Fu successivamente colonizzata nuovamente durante il secondo triumvirato da Ottaviano e Marco Antonio, diventando, durante l'Impero, castrum e centro economico posto sulla via Flaminia.
Distrutta da Vitige nel 539 d.C., venne ricostruita da Belisario e occupata dal 545 al 553 dai Goti. Dopo la caduta di Roma, Pesaro, con Rimini, Fano, Senigallia e Ancona, divenne una delle città della Pentapoli, alle strette dipendenze dell'Esarcato bizantino di Ravenna.
Nel 752 fu presa dai Longobardi che la tennero finché Pipino il Breve, re dei Franchi, non la donò nel 774 allo Stato della Chiesa dando inizio al plurisecolare dominio papale sulla città. Tal dominio fu però solamente nominale, poiché la città era governata sin dall'età carolingia da un rappresentante dell'Impero.
Nella prima metà del XII secolo il fiorente Comune seguì le sorti della parte imperiale durante le imprese italiane di Federico Barbarossa. Venne poi introdotto il governo podestarile nel 1182, ma già alla fine del secolo era soggetta, in quanto compresa nella Marca anconitana, al potere di Marquardo di Annweiler, vicario imperiale che, nonostante la durissima sconfitta inflitta all'esercito di Innocenzo III il 25 marzo 1198, dovette rinunciare alle sue mire di fronte all'azione militare della Chiesa cattolica, volta al recupero dei territori sottrattigli. Nel XIII secolo, ristabilito il Comune, passò per volere del papa Innocenzo III sotto il dominio degli Estensi, dal 1210 al 1216.
Per lungo tempo ghibellina, durante il regno di Federico II di Svevia, si ribellò all'Impero e aderì alla lega delle città guelfe della Marca che si trovavano in guerra nel 1259 con re Enzo. Nello stesso anno, Pesaro fu costretta all'obbedienza da Manfredi di Sicilia, ma alla sua morte nel 1266, tornò alla Chiesa.

Nel Rinascimento la città adriatica vide una successione di signorie: i Malatesta (1285-1445), gli Sforza (1445-1512) il cui dominio fu interrotto da Cesare Borgia dal 1500 al 1503 ed in seguito consegnata da papa Giulio II ai Della Rovere (1513-1631) con i quali era imparentato.
Dal punto di vista culturale, si segnala la fine del XIV scolo, con il trasferimento a Pesaro del ceramista forlivese Pedrinus Johannes a bocalibus, ossia Pierino Giovanni dai boccali (1396), che segna l'inizio di un fiorente mercato della ceramica. Tuttavia, il periodo di maggior fervore culturale fu durante il dominio dei Della Rovere, che avevano scelto Pesaro come sede centrale del loro Ducato. Nei primi anni del loro governo in città fu iniziata la costruzione di nuovi palazzi pubblici e privati e venne iniziata la costruzione di una nuova e più sicura cinta muraria, utile a difendersi anche da repentini attacchi provenienti dal mare.
Alla morte di Francesco Maria II Della Rovere nel 1631, il Ducato tornò sotto dominio papale che fece di Pesaro sede cardinalizia.
A quei tempi la città era molto più piccola e la costa era più arretrata, arrivando in corrispondenza dell'attuale "piazzale Primo Maggio".
Nel 1799, durante l'occupazione napoleonica, contadini e sanfedisti presero d'assalto la città e la rocca strappandola per qualche mese alla guarnigione.
L'11 settembre 1860 fu occupata dal generale Enrico Cialdini e fu annessa allo Stato italiano in seguito al plebiscito del novembre 1860.
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Fano fu un centro piceno, come testimoniano ritrovamenti sporadici avvenuti in città e gli scavi di Montegiove e Roncosambaccio.
Fu poi un importante centro romano, conosciuto come Fanum Fortunae, nome che rimanda al "Tempio della Fortuna", probabilmente eretto a testimonianza della battaglia del Metauro: era l'anno 207 a.C. e le legioni romane sbaragliarono l'esercito del generale cartaginese Asdrubale, uccidendone il condottiero che, dopo aver varcato le Alpi con gli elefanti da guerra, intendeva ricongiungersi al fratello Annibale.
La città ebbe un notevole sviluppo durante il dominio romano grazie alla sua posizione strategica sulla via che congiungeva la valle del Tevere alla Gallia Cisalpina. Nel 49 a.C. Gaio Giulio Cesare la conquistò assieme a Pesaro, dando così inizio alla Guerra Civile contro l'antagonista Pompeo.
Solo successivamente Cesare Ottaviano Augusto dota l'insediamento di mura di cinta (ancora parzialmente visibili), elevando l'insediamento allo stato di colonia romana col nome di Colonia Julia Fanestris.
Alcuni secoli dopo, nel 271 d.C., si svolse nei suoi pressi la Battaglia di Fano che segnò la fine del tentativo degli Alemanni di raggiungere Roma, sconfitti dall'imperatore Aureliano.
Durante l'invasione d'Italia (452-453) da parte di Attila, Fano mandò, insieme alle altre città vicine di Rimini ed Ancona, aiuti militari alla città di Aquileia che nel 452 era sotto assedio. Il comandante fanese Bartolagi da Fano morì durante l'assedio e le sue spoglie furono poi traslate nella chiesa di S. Pietro in Episcopio in Fano. La città di Fano fu saccheggiata da Attila nel 453 d.C. prima di dirigersi verso Roma dove, secondo la tradizione, la sua avanzata fu fermata dal Pontefice Papa Leone I.
Durante la Guerra gotica del VI secolo, a causa alla sua posizione nei collegamenti tra nord e sud Italia, venne assediata e devastata dagli Ostrogoti di Vitige (538) e poco tempo dopo ricostruita dall'esercito bizantino di Belisario e Narsete.

Successivamente entrò a far parte della Pentapoli marittima (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona) di cui era a capo. Subì successivamente l'occupazione dei Longobardi e dei Franchi, fino a quando Ottone III non la donò a papa Silvestro II.
Nel 1141 la città divenne protettorato della Repubblica di Venezia in seguito alla firma di un trattato.
Nel XIII secolo Fano si costituì comune; nel secolo successivo fu per un breve periodo sotto il dominio estense, dopo di che fu dilaniata dalla lotta intestina tra due famiglie: i del Cassero e i da Carignano.
Alla fine del XIII secolo la città passò sotto il dominio Malatesta di Rimini, grazie ad un complotto ordito da questi ultimi contro le due famiglie rivali. La famiglia Malatesta rimase al potere nella città fino al 1463, quando Sigismondo Malatesta dovette lasciare Fano al duca di Urbino Federico da Montefeltro dopo un lungo assedio, nel corso del quale fu danneggiato l'Arco d'Augusto, simbolo della città. La popolazione si rifiutò di entrare a far parte del Ducato di Urbino e perciò divenne vicariato ecclesiastico.
Durante l'occupazione napoleonica dello Stato Pontificio fu saccheggiata e gravemente bombardata dall'esercito del Bonaparte.
Partecipò attivamente ai moti risorgimentali con la creazione di governi provvisori.
Durante la prima guerra mondiale (1915-1918) subì numerosi bombardamenti navali austriaci ed anche nella seconda guerra mondiale (1940-1945) trovandosi sulla Linea Gotica subì numerose incursioni aeree alleate miranti alla distruzione dei suoi ponti ferroviari e stradali e, da parte dell'esercito tedesco in ritirata, la distruzione di quasi tutti i suoi campanili (tranne quelli di S. Francesco di Paola e di San Marco), della torre civica, del maschio della rocca malatestiana e del suo porto peschereccio, ritenuti dal nemico infrastrutture sensibili da non lasciare nelle mani degli alleati.
«Sugli Appennini, a sud di San Marino fu combattuta la più grande battaglia d'Italia; i nomi di Fano, Pesaro, Cattolica, Riccione e Rimini rimarranno nella storia della guerra»
(Oberst i.G. Dietrich Beelitz und Oberst i. G. Adolf Heckel, Deutsches Hauptquartier Bellaria, estate 1945.)
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Gabicce Mare, graziosissima località della Riviera a Nord delle Marche, è uno dei centri balneari più caratteristici, famosa per un turismo familiare e sportivo e per l’ospitalità nei suoi Hotel, Residence e Bed and Breakfast.

Gabicce Mare offre una vista del paesaggio davvero suggestiva: nella zona direttamente sul mare, il turista trova alberghi e stabilimenti balneari attrezzati, mentre nella parte collinare di Gabicce si trova uno scorcio panoramico immerso nel verde, dal quale si può osservare tutta la costa, meravigliosa al calar del sole!
Anche a Gabicce Monte ci sono alberghi d’elite e bed and breakfast e ristoranti tipici nei quali si possono trascorrere tranquille serate estive, godendo un panorama esclusivo.

La spiaggia di sabbia finissima, gli hotel in riva al mare, il clima ideale per una vacanza al sole, l’accoglienza e la gentilezza dei paesani caratterizzano Gabicce Mare.
Gabicce Mare è sinonimo di ospitalità e cordialità, in questo luogo gli ospiti vivono una vacanza piena di emozioni.
La posizione è invidiabile, un piccolo golfo che si affaccia sull’Adriatico, con il mare pulito, le spiagge attrezzate – ombrelloni e brandine – giochi, feste ed intrattenimenti dall’alba al tramonto.

Dal verde del Parco si passa direttamente all’azzurro del mare; si ha così una suggestiva vista panoramica da Gabicce Monte: una cartolina unica da ammirare. L’influenza del Monte di Gabicce regala benessere e aria salubre consigliata dai medici di famiglia ai genitori con bimbi in tenera età.
Dalla spiaggia emerge la falesia, un paesaggio marino inusuale per la costa sabbiosa delle Marche.
I colori della falesia e delle ginestre, proprio a ridosso dell’acqua, rendono ancora più suggestive le spiagge che si trovano ai piedi del Parco del Monte San Bartolo. Questa area protetta offre scenari naturali inediti. Gli appassionati di fotografia possono facilmente cogliere la fioritura delle ginestre, le distese di cannucce di Plinio, il pino d’Aleppo ed il raro lino marittimo, per non parlare poi della fauna, che il turista ha la fortuna di intravedere: caprioli, volpi, tassi, istrici, uccelli marini e rapaci.

Gabicce Mare è anche la città del cicloturismo dal lontano 1980 – www.gabiccemarebike.it e dal 1992 è la città preferita delle auto storiche MG, tanto è vero che ogni due anni le mitiche “signore” si radunano a Gabicce Mare, 200 equipaggi, per partecipare alla manifestazione MG BY THE SEA.

Da Aprile a ottobre i ciclo-turisti scelgono di trascorrere le proprie vacanze a Gabicce Mare, dove giorno dopo giorno scoprono, in sella alla propria bicicletta, l’entroterra pesarese.
Tante prelibatezze enogastronomiche sono tipiche della nostra terra, i piatti più gustosi sono particolarmente graditi e ricercati dagli sportivi, ma anche dai loro familiari, mentre l’ottimo pesce cucinato con i sapori più genuini è il piatto preferito da tutti i turisti.
A proposito di sport, un eccellente impianto sportivo con campi di calcio regolamentari è a disposizione degli appassionati del pallone.
I Campi Sportivi di Gabicce Mare rappresentano la location ideale per avvenimenti non solo legati allo sport, ma alla musica, ai grandi spettacoli, insomma al divertimento più ricercato dagli organizzatori di eventi.
Questi sono solo alcuni cenni della bellezza di Gabicce Mare, tutta da scoprire!
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Sorge sul crinale di un colle, ben visibile con la sua robusta cinta di mura e bastioni e con l'imponente mole della celebre rocca. Visione decisamente suggestiva per chi percorre la superstrada adriatica o la statale ad essa affiancata.

Dotato di una prima torre medievale di difesa (il 'Mastio') nel 1150, il "castello" di Gradara (Castrum Cretarie) fu reso indipendente dall'amministrazione pesarese ad opera di Piero e Rodolfo De Grifo. Successivamente i Malatesta, dopo aver acquistato il castello dai De Grifo, trasformarono la torre in rocca con tanto di primo girone di mura; successivamente aggiunsero anche i settecento metri del secondo girone con le diciassette torri merlate e i tre ponti levatoi che resero imprendibile il fortilizio.

Cessata la dominazione malatestiana, il castello passò agli Sforza che vi lasciarono il loro segno, aggiungendo il bel loggiato interno, lo scalone e gli affreschi che ornano ancora oggi alcune stanze, comprese quelle dell'appartamento ove visse per tre anni Lucrezia Borgia dopo il matrimonio con Giovanni Sforza (1493). Dopo il periodo sforzesco, passò ai Della Rovere fino alla devoluzione del aducato di Urbino lla Chiesa (1631).

Solo dopo quasi tre secoli di abbandono e incuria fu l'ingegner Umberto Zanvettori che nel 1920 destinò tutte le sue sostanze al recupero del fortilizio: ciò che avvenne gradualmente, anche ad opera della di lui consorte Alberta Porta Natale fino a quando (1983) non passò in proprietà dello Stato Italiano.

Oggi Gradara, oltre la monumentale Rocca, offre al visitatore anche la sua duplice cinta di mura e torrioni con le merlature e i camminamenti di gronda ricostruiti. Fra le mura, l'abitato conserva le sue antiche case e la chiesa di S.Giovanni Battista ove è custodito un pregevole Crocefisso ligneo del XV secolo, mentre nella chiesa del SS.Sacramento è visibile una pala d'altare ("Ultima cena") di Antonio Cimatori (1595).

Presso la Rocca è stata invece trasferita la preziosa pala ("Madonna in trono con il Bambino e Santi") dipinta da Giovanni Santi nel 1484 per l'antica pieve di S.Sofia.

Vuole un'antica tradizione che fra le mura della rocca di Gradara abbia avuto luogo il feroce assassinio di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta ad opera del tradito Giovanni (Gianciotto) Malatesta detto "Lo Sciancato". Antica storia di sangue resa immortale dai celebri versi di Dante Alighieri.
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